Mercoledì, Novembre 28, 2007

Il filo rosso di Papa Ratzinger

Nel secondo concistoro di Benedetto XVI, quello conclusosi ieri, l’età media dei nuovi ascritti al collegio cardinalizio raggiunge i 69,9 anni di età. Senza considerare i cinque ottantenni che hanno ricevuto la berretta, ma non il biglietto d’ingresso per la Cappella Sistina, l’età media scende a 66,33. Durante la due giorni concistoriale, in rapida successione, nel corso delle cerimonie celebrate in latino e svolte nella rigida applicazione delle norme rituali, sull’altare papale si sono visti croce e candelieri celliniani, la mitria di Pio IX, il tronetto di Pio XII, il piviale di Paolo VI, una stola ricavata da un paramento antico, camici e cotte con pizzo e altri reperti di vanità liturgica.

Quell’impressione intorno al Concistoro
Nelle stesse ore, i cattolici del resto del mondo celebravano la festa di Cristo Re in più di tremila lingue, non di rado in chiese fatiscenti o in ambienti catacombali, spesso con arredi improvvisati, cantando e danzando secondo un mosaico di culture impossibile da catalogare, facendo ricorso a infiniti stili e strumenti musicali. «È il Concilio, fratelli», verrebbe da dire a coloro che, approfittando del debutto del nuovo maestro delle cerimonie pontificie, intorno a questo concistoro hanno forzatamente fatto circolare l’impressione che solo chi prega in latino e si veste dal rigattiere, immaginando di seguire le orme della tradizione cattolica, ama il Papa. Questo intestardirsi a scambiare la forma con la sostanza, non rischia d’essere l’interpretazione più ingiusta del ministero di Benedetto XVI? «Segno di unità cattolica», come ha definito sia il rito di sabato del «concistoro ordinario pubblico» sia la successiva concelebrazione di domenica per la «Cappella papale per la consegna dell’anello», il vescovo di Roma ha impersonato ancora una volta, nello spazio misterico offertogli dalla liturgia, l’unico spazio in cui la Chiesa e il suo pastore sono infallibili, il ruolo di costruttore di ponti.

Il patriarca venuto carico di sofferenze
Emmanuel Delly, l’ottantenne patriarca caldeo sul capo del quale il Pontefice ha imposto il turbàn porpora della tradizione del suo Paese, è giunto a Roma accompagnato solo da cinque fedeli. In senso formale, si è presentato a Roma con la mani vuote, ricco solo della sua storia umana sacerdotale. Dal punto di vista sostanziale, il carico di sofferenze, fatto «di lacrime e di sangue», che porta sulle spalle come pastore della Chiesa irachena è riecheggiato da San Pietro verso il mondo con l’applauso caloroso che lo ha accolto quando il Papa ha citato il suo nome. Ed al filo rosso della testimonianza in favore della pace e dei diritti per tutti, anticipato dal neo prefetto delle Chiese orientali e ora cardinale Leonardo Sandri con un richiamo ai cristiani che subiscono «martirio, persecuzione, tribolazione e scherno», Benedetto XVI ha poi legato le due omelie di sabato e di domenica.
Saranno poi gli storici, quando avranno accesso alle fonti diplomatiche, a chiarirci un dubbio. Come mai un amico di Israele come il mite nunzio Pietro Sambi, un tempo in servizio a Gerusalemme ora rappresentante pontificio presso la Casa Bianca, famoso per la sua sagacia politica e diplomatica, ha sbattuto il pugno sul tavolo usando parole terribili («Le relazioni tra la Chiesa cattolica e lo Stato d’Israele erano migliori quando non c’erano i rapporti diplomatici. È sotto gli occhi di tutti quale fiducia si possa accordare alle promesse d’Israele»), proprio negli stessi giorni in cui Condoleezza Rice stava stilando la lista dei partecipanti alla prossima conferenza di pace per il Medio Oriente? È già noto che, dopo un concistoro dove si è pregato tanto per il Medio Oriente, solo nel pomeriggio di ieri la Santa Sede ha ufficializzato la sua partecipazione alla Conferenza di Annapolis. I nomi dei delegati vaticani saranno comunicati oggi. È un caso?

FILIPPO DI GIACOMO - 26/11/2007 - La Stampa

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