Venerdì, Novembre 02, 2007
Doppia morale: La chiesa e i funerali dei boss
di Rosario Giuè
Alcuni giovani di Corleone chiedono: «Come mai la Chiesa italiana concede la celebrazione dei funerali religiosi ai capi della mafia e ai capi della camorra e li ha negati a Pier Giorgio Welby?». Cosa si può rispondere? Come mai si concede la preghiera pubblica a favore di persone responsabili, direttamente o indirettamente, di decine di morti barbaramente ammazzati e la neghi a persone come Welby, un credente praticante che, come è noto, ha chiesto soltanto nell´esercizio della sua responsabilità di non prolungare artificialmente la fase terminale della sua dolorosa e lunga sofferenza? A questa domanda semplice e radicale, come cristiani, come comunità ecclesiale cattolica, si ha il dovere di dare una risposta altrettanto radicale. Una risposta ragionevole, non sul piano della politica, bensì sul piano dell´etica e, direi, della spiritualità, in Sicilia prima di tutto. Anche perché, prima o poi, ci si troverà ancora davanti situazioni simili.
In effetti, non è giustificabile agli occhi di molti che si concedano i funerali pubblici ai capimafia e si neghino a una persona inerme come Welby. Per molti non è giustificabile che si concedano i funerali ai responsabili di comportamenti che hanno procurato dolore e morte e violato la convivenza civile ed umana, e si neghino ad una persona che non ha violentato nessuno. Non è giustificabile che non si accolga una persona solo perché non ha deciso di spiritualizzare o di mistificare il dolore, o di dare ad esso un fine pedagogico. Non è giustificabile non concedere la pubblica preghiera a un uomo solo perché non ha voluto considerare il dolore come «il purgatorio sulla terra», una spiritualità, quella del culto o dell´esibizione del dolore (dolorismo), figlia di un´immagine distorta di Dio, non biblica, che l´uomo e la donna moderni non comprendono. C´è qualcosa che non funziona. Si accoglie in chiesa (si dice di farlo per misericordia) la salma del capomafia o della camorra che si è mostrato religioso e che contemporaneamente ha decretato la morte o l´umiliazione altrui per accumulare potere e denaro. E non si prega in chiesa per un uomo colpevole di avere scelto soltanto di non prolungare artificialmente la propria esistenza, «colpevole» di avere assunto la responsabilità di una morte per lui ritenuta più dignitosa senza che ciò lo facesse sentire separato dalla fedeltà al Dio di Gesù crocifisso. Pier Giorgio Welby è stato dichiarato colpevole di non avere rispettato la sua vita come dono di Dio. In realtà Welby (o altri come lui), forse, ha pensato che la vita è per volontà di Dio anche «compito» dell´uomo e che in quella sua difficile scelta il Dio di Gesù, forse, gli era accanto come amico compassionevole. Dal suo punto di vista Pier Giorgio Welby ha rifiutato la coercizione decisa da altri di un prolungamento artificiale della vita, convinto che il suo stato di grave ed irreversibile malattia non potesse essere inteso come mandato da Dio. Forse ha pensato che la «fine stabilita» da Dio non potesse e non dovesse coincidere meccanicamente con la riduzione della vita umana ad una vita biologica in mano altrui. Ma tale semplice convinzione è stata la causa che ha procurato alla sua famiglia, alla mite sorella in particolare, il rifiuto di un gesto di pietà (senza misericordia?) del funerale in chiesa per il loro caro.
Al contrario, per i capi mafiosi e camorristi che disprezzano scientificamente la vita come dono di Dio, il problema di negare i funerali nemmeno è stato sollevato nella Chiesa italiana. Se il mafioso ha vissuto nella convinzione ostentata che la vita degli altri sia «per volere di Dio» a sua propria disposizione al punto da considerarla un nulla come un nuddu miscatu cu nenti, come un ostacolo o un oggetto, tutto ciò non è stato considerato un problema così grave tale da richiamare una sanzione ecclesiale pubblica. Se il capomafia non esita a pregare ed invocare Dio prima di commettere o commissionare l´ultimo omicidio, questa «colpa» non sembra contare molto, almeno non quanto la «colpa» di Welby (sempre per misericordia?).
Come si può giustificare una così vistosa disparità di giudizio e di trattamento? Non basta dare la giustificazione che nel caso di Welby vi è l´aggravante secondo il quale egli ha preteso di rinunciare ad un prolungamento forzato ed artificiale della vita facendone un caso pubblico emblematico. Una giustificazione di questo tipo oggi non regge. Infatti: il capo mafia che ci tiene a morire da «uomo di onore» e che pretende di essere riconosciuto e circondato con tale prestigio e che pure viene elogiato nell´omelia per il «bene» fatto e la sua vita familiare perfetta? Il mafioso che non passa da nessun ripudio pubblico del mondo mafioso e dei valori che esso rappresenta fino alla fine, non è anche questo un fatto pubblico e «politico»?
Oggi le persone ragionano con la propria testa, ascoltano in televisione opinioni diverse, vanno a scuola, si fanno una propria visione delle cose, dal basso. Non stanno dentro i palazzi spesso circondati da persone che non hanno il coraggio di dirti che stai sbagliando. Oggi la società moderna chiede chiarezza e trasparenza nel discorso pubblico. E in tanti e tante non seguono la Chiesa italiana sulla strada della doppia morale. Perciò vorrebbero incontrarsi (o confrontarsi) con una Chiesa più umile, più autocritica, più accanto all´uomo e alla donna reali, lontana dai furori ideologici. Se è vero, come dice Paolo, che le ideologie passano e che solo l´amore rimane.
da: Repubblica, ripreso da Itaca

